Circolo Culturale CABANA
Rovereto (TN) - Via Campagnole, 22
Articoli vari

martedì 29 dicembre 2009

Rassegna stampa della rappresentazione su Stefano

 

 

Dramma e morte di «Cabana» tra dubbi e sospetti

 

Sono passati cinque mesi da quando Stefano Frapporti, operaio edile incensurato, è morto nella cella numero cinque della casa circondariale di via Prati. Poche ore prima era stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di hascisc e una volta portato in carcere si è tolto la vita. Da quel giorno, la famiglia e i tantissimi amici di «Cabana» cercano di tenere vivo il suo ricordo e chiedono che sia fatta giustizia, che si trovi una spiegazione a quella morte assurda e alla dinamica che ha condotto dietro le sbarre un uomo di quasi cinquant’anni che mai ha avuto a che fare con la giustizia. Ieri sera, proprio per fornire una spiegazione diversa da quella affidata ai verbali dei carabinieri e della polizia penitenziaria, alla sala Filarmonica la tragedia di fine luglio è stata messa in scena con contributi filmati e testimonianze.

Quelle ultime ore di vita di Stefano Frapporti, che lasciano ancora inevasi moltissimi interrogativi, sono dunque diventate una pièce teatrale, una rilettura recitata che abbraccia un arco di tempo che va dal controllo dei militari in borghese fino all’impiccagione in carcere.

L’idea è venuta ad un ex insegnante di diritto in pensione, Fabio Tittarelli, romano con radici trentine, e la rappresentazione ha richiamato alla Filarmonica il pienone delle grandi occasioni. La sala, infatti, era gremita a testimonianza delle tante persone che conoscevano, stimavano e amavano «Cabana».

In scena sono state palesate le incongruenze dei verbali ufficiali delle forze dell’ordine e sono state rilette quelle ore senza spiegazione da varie angolature. La rappresentazione è stata volutamente condotta da attori non professionisti, amici di Stefano che, pur magari non recitando da premio Oscar, hanno avuto il merito di rendere più reale il testo perché narrato con il cuore e non solo con la mente. Oltre alla recita, ampio spazio è stato concesso alle ricostruzioni grafiche del vari movimenti di Stefano, non tanto per fornire un’altra verità ma per esaltare il dubbio e i tanti omissis che l’intera vicenda contiene e che, si augurano autori e familiari, possano un giorno essere chiariti.


L'Adige, 23/12/2009


La fine di Frapporti raccontata sul palco

Non sono attori, ma il modo in cui si sono calati nella parte è impressionante. Il gruppo di lavoro che ha interpretato ieri alla Filarmonica le ultime ore di Stefano Frapporti ha dato il massimo, mettendoci tanta passione civile. La sceneggiatura, stesa dal romano Fabio Tittarelli, è basata in buona parte sui verbali dei carabinieri e delle guardie carcerarie relativi alla sera del 21 luglio, quando Frapporti venne arrestato. Poche ore più tardi, qualche minuto dopo la mezzanotte, il muratore era morto. Impiccato in cella. Incensurato, 49 anni, Stefano Frapporti era stato arrestato per possesso di hashish: perquisendolo dopo averlo fermato per strada, i carabinieri non gli avevano trovato adosso nulla, ma in casa - questo si legge sui verbali - emerse oltre un etto di “fumo”.

La sua storia, la storia di quelle drammatiche ore, è diventata una rappresentazione in un unico atto, nel quale recitano gli amici del muratore scomparso, coinvolti nei diversi ruoli: due carabinieri, che alla bisogna diventano guardie del carcere, Stefano e il medico che ne constata la morte. La vicenda viene interpretata leggendo in controluce ciò che dicono - o omettono di dire - i verbali.

L’impressione è forte, perchè dalle striminzite righe stese da carabinieri e guardie è possibile inferire di tutto: quello che pare il significato letterale a una prima lettura può nascondere uno scenario diverso. A volte molto diverso, perché a giudizio degli amici e dei parenti di Frapporti peristono molti dubbi sulla consequenzialità dei racconti, sulla loro coerenza. Dubbi che partono dal momento in cui Frapporti viene bloccato in via Campagnole da due carabinieri in borghese: la versione che si legge sui verbali racconta fatti diversi da quelli a cui hanno potuto assistere alcuni passanti, conoscenti di Stefano che in quel momento si trovavano proprio lì davanti. Certe incongruenze del racconto ufficiale vengono sezionate dal testo teatrale: si mostra in tempo reale cosa dicono i verbali e cosa si può capire tra le righe, alla ricerca della verità. Se la verità giudiziaria è che Stefano si è ucciso in carcere e che non ci sono responsabilità di terzi (il pm De Angelis ha già richiesto l’archiviazione dell’indagine sulla morte), la sua famiglia e i suoi amici sono convinti che se non fosse stato arrestato, “Cabana” (il soprannome con cui Frapporti era conosciuto) sarebbe ancora tra loro. L’essere stato trattato da delinquente dopo una vita dedicata al lavoro, senza mai aver infranto la legge - se si eccettua una multa per una banale infrazione al codice della strada qualche anno fa -, deve averlo ferito in modo irreparabile. Al punto di spingerlo a farla finita.

Nello spettacolo, creato su quello che doveva essere un dossier tecnico sulla vicenda, tutto ciò emerge. «Mostriamo delle ricostruzioni possibli - ha spiegato Tittarelli -, alcune sono più estreme e non è detto che rappresentino la realtà. Ma i dubbi che abbiamo sono ancora molti». E sono destinati a rimanerlo, visto che la rappresentazione non cambia lo stato delle cose. «Per noi però - racconta Romeo, che sul palco fa la parte di Stefano - è stato molto bello lavorare assieme, ritrovarci come gruppo di amici. Con alcuni ci si era persi di vista, ora tanti rapporti si sono riallacciati». L’eredità affettiva di Stefano diventa indagine sulla sua fine, e l’indagine spettacolo. Per non arrendersi all’oblio. E ieri in tanti hanno seguito la prima alla Filarmonica controllata da un buon numero di agenti.


Il Trentino, 23/12/2009


domenica 6 dicembre 2009

La morte di Stefano Frapporti va in scena

 
Una pièce teatrale che ripercorre le ultime ore di vita di Stefano Frapporti, il suo arresto e la morte in carcere per impiccagione. L’idea è di un ex insegnante di diritto in pensione, Fabio Tittarelli, romano con radici trentine, e la rappresentazione è ormai alle ultime prove. La prima ufficiale sarà il 22 dicembre alla sala Filarmonica, una ricorrenza importante perchè cade a cinque mesi dalla morte del muratore. In scena ci sarà lo stesso Tittarelli, nel ruolo di uno dei due narratori. «Al 90% - spiega - ci basiamo sui verbali delle forze dell’ordine». Tittarelli è rimasto molto colpito dalla tragica fine di Stefano Frapporti. «Sono amico di sua sorella Ida, ci conosciamo da molti anni. Ho un forte legame con il Trentino, mia madre era di Vallarsa e ci torno quando posso. Ho lavorato come insegnante di diritto e materie giuridiche e il caso di Stefano m’ha interessato per le molte lacune e contraddizioni che emergono dai verbali. All’inizio ne volevamo fare un dossier, poi col tempo è nata l’idea di farne una rappresentazione teatrale».
La materia su cui è stato elaborato il testo l’hanno fornita i carabinieri e le guardie carcerarie. «Abbiamo messo in scena ciò che dicono i verbali - spiega Tittarelli - evidenziando come dai documenti ufficiali, per come sono statri costruiti, sia possibile inferire qualsiasi ipotesi. Dalla più banale alla più fosca. Il nostro sforzo è di aprire una serie di scenari possibili su cosa è davvero accaduto in quelle ore». Secondo l’autore, dai verbali emergono «troppe stranezze e incongruenze. Ma non vogliamo darne un’interpretazione precisa, non è quello che ci interessa. Ognuno si è fatto la propria idea. Ci limitiamo ad osservare come dalla versione ufficiale possono uscire tante diverse possibilità».
Il testo scritto da Tittarelli, è in realtà il risultato «di un lavoro di gruppo, ci tenevo che le scelte fossero condivise con il comitato formatosi all’indomani della morte di Stefano». La scelta di affidarsi alle risorse interne per la messa in scena è un’altra scelta forte. «Avremmo potuto rivolgerci ad attori professionisti o dilettanti, forse sarebbe stato più efficace, ma abbiamo preferito inventarci attori e tecnici di teatro, supplendo alle inevitabili carenze tecniche con il nostro entusiasmo». Le prove per ora si fanno il lunedì in una casa privata e il venerdì in una sala pubblica sopra la biblioteca di Isera. Ci saranno anche “slide” con le ricostruzioni grafiche del vari movimenti di Stefano e un video che ricostruisce i vari momenti filmati sui luoghi della vicenda.
Tra gli invitati alla prima, anche i parenti di Stefano Cucchi, morto in carcere a Roma in strane circostanze dopo essere stato arrestato per spaccio.

Il Trentino, 06/12/2009


domenica 22 novembre 2009

In cento alla fiaccolata in ricordo di Frapporti

 
Un centinaio di persone, amici, parenti e conoscenti di Stefano Frapporti, hanno sfilato ieri sera in centro storico per una fiaccolata in ricordo del muratore di 49 anni morto suicida in carcere poche ore dopo l’arresto. Ieri ricorreva il quarto mese dalla tragica scomparsa di Frapporti, “Cabana”, come lo chiamavano da sempre gli amici, era stato arrestato dai carabinieri dopo un controverso inseguimento in via Campagnole. Secondo gli amici di Frapporti, la versione dei carabinieri non sarebbe credibile perchè in palese contraddizione con quanto visto da almeno tre testimoni oculari dell’arresto. Sul caso, la magistratura roveretana è orientata a archiviare tutto non ravvisando comportamenti irregolari da parte delle forze dell’ordine nè delle guardie penitenziarie che avevano appena preso in consegna Frapporti. Al di là dei giudizi di merito, è indubbio che Frapporti, incensurato prima dell’arresto, amato e apprezzato sul lavoro per la sua abilità e onestà, fosse una persona con rapporti di amicizia forti in città. Nessuno lo crede un poco di buono, anche se lo scorso 21 luglio i carabinieri gli hanno trovato in casa un etto di hashish, arrestandolo per detenzione di sostanze stupefacenti. Molti sono anzi convinti che sentirsi trattato come un criminale l’abbia portato a togliersi la vita. L’affollata manifestazione di ieri, svoltasi senza tensioni, testimonia l’ansia di verità di parenti e amici, che hanno deciso di costituirsi in associazione.

Il Trentino, 22/11/2009


Muore in carcere dopo l'arresto - S'indaga per omicidio colposo
 

 

Giuseppe Saladino era ai domiciliari per avere razziato monetine dai parchimetri. Sorpreso fuori casa, era tornato nel carcere di Parma venerdì alle 17. Nella notte il decesso. La madre: "Mio figlio era sano, voglio sapere cosa è successo". Pochi giorni fa la Procura aveva aperto un'inchiesta per l'ipotesi di istigazione al suicidio: in cella si era tolto la vita un ergastolano di 52 anni.

 

Omicidio colposo contro ignoti. E’ con questa accusa che la Procura di Parma sta indagando sulla morte in carcere di Giuseppe Saladino, 32 anni, che ha perso la vita dietro le sbarre la notte del 6 novembre, poche ore dopo l’arresto.

Il giovane era stato condannato a un anno e due mesi per aver razziato monetine lo scorso maggio nei parchimetri di via Pertini e stava scontando la pena agli arresti domiciliari. Venerdì pomeriggio le forze dell’ordine l’hanno ricondotto all’istituto penitenziario dopo averlo sorpreso fuori dal suo appartamento di via Einstein. Erano le 17. Alle 8 della mattina seguente la madre, Rosa Martorano, ha ricevuto una telefonata del direttore del carcere che le comunicava la morte del figlio.

“Ho lasciato un figlio sano e l’avrei voluto avere indietro sano”, ha commentato ai microfoni di Tv Parma. La donna ha spiegato di essere stata avvisata direttamente dal direttore: "Mi ha detto che voleva dirmelo lui perchè sapeva che sono una brava persona e anche mio figlio lo aveva preso in simpatia". Gli occhi asciutti su un viso stanchissimo. "Io voglio sapere che cosa è successo. Voglio sapere tutto".

Per fare chiarezza la famiglia, attraverso l’avvocato Letizia Tonoletti, ha nominato un perito che insieme a quello incaricato dal pubblico ministero Roberta Licci sta cercando di fare luce sul decesso. Per sapere l’esito dell’autopsia bisognerà attendere il termine delle indagini.

Il carcere di via Burla è interessato da un'altra indagine contro ignoti per il reato di istigazione al suicidio. Il 27 ottobre scorso, infatti, si è sucidato in cella Francesco Gozzi, 52 anni. L'uomo, ritenuto affiliato alla cosca Latella di Reggio Calabria, si è tolto la vita impiccandosi con una corda fatta di lenzuoli. Scontava l'ergastolo in regime di 41 bis. Proprio questa mattina i Ris hanno effettuato un sopralluogo nella sua cella.

tratto da Parma - Repubblica


«Frapporti, sui verbali abbiamo molti dubbi»

 

Gli avvocati della famiglia presentano una memoria

 


I legali chiedono alla procura ulteriori accertamenti sul caso dell’artigiano di Isera trovato morto in cella poche ore dopo l’arresto. Nel documento si parla di tre testimoni che negherebbero sia la perquisizione corporale sia la mancata fermata all’«alt»


Da settimane, durante cortei e presidi in memoria di Stefano Frapporti, familiari e amici parlano apertamente dei loro dubbi sulla vicenda. E fin da subito, sulla tragica morte dell'artigiano d'Isera, trovato senza vita in cella a poche ore dall'arresto per detenzione di droga, le loro perplessità si concentravano sul verbale d'arresto. Ora queste perplessità sono state messe nero su bianco: i legali della famiglia hanno presentato una memoria in procura in cui sottolineano ciò che, a parer loro, in tutta questa storia non tornerebbe. È, in sostanza, una lunga serie di domande precedute però da una premessa: di quell'arresto ci sarebbero dei testimoni. Tre, per la precisione. Tre persone che, quel 21 luglio, sarebbero state davanti al bar "Bibendum" e avrebbero visto cos'è accaduto. Un racconto, quello fatto da queste persone agli avvocati della famiglia Frapporti, che non collimerebbe con quanto scritto sugli atti ufficiali. Tra gli interrogativi, innanzi tutto la modalità dell'intervento. Dal verbale si evince che Frapporti sarebbe stato fermato mentre andava in bicicletta in via Campagnole: non avendo ubbidito all'alt imposto dai carabinieri, in quel momento nei pressi del bar per un controllo, sarebbe da loro stato inseguito e successivamente fermato. A quel punto sarebbe stato perquisito, per capire se avesse addosso della droga, e solo poi sarebbe stato accompagnato in caserma. Questo dice il verbale. Ma i testimoni, ai legali della famiglia, hanno raccontato un'altra storia: i carabinieri, in borghese e in auto, non sarebbero stati fermi davanti al bar, ma sarebbero arrivati in un secondo tempo, dalla direzione opposta a quella di Frapporti. Fermata la macchina uno dei due sarebbe sceso e avrebbe bloccato l'artigiano d'Isera senza intimargli l'alt. E quindi - stando alla ricostruzione di questi tre testimoni - senza doverlo inseguire. Con lui avrebbero parlato di un semaforo rosso non rispettato e lo avrebbero portato in caserma, senza però prima procedere alla perquisizione corporale. Contestata, inoltre, anche la perquisizione in casa: i familiari non avrebbero riscontrato i segni di alcun passaggio nell'abitazione. Nomi dei testimoni e memoria difensiva sono da giorni sulla scrivania del pm, che ora dovrà valutare la rilevanza delle eventuali dichiarazioni e l'attendibilità di chi le offre. Nell'attesa, il gruppo che sostiene la famiglia Frapporti prosegue le sue attività: ieri si è svolto il mercatino, mentre si prepara uno spettacolo teatrale:«Vogliamo sensibilizzare la gente su questo dramma» spiegano.

L'Adige 08.11.2009


«No al silenzio su Stefano»
 
L’avvocato Giampiero Mattei, legale della famiglia Frapporti, non ha ancora ricevuto nulla di ufficiale dalla Procura. Ma alla concreta ipotesi di archiviazione per la morte di Stefano Frapporti da parte della Procura la famiglia non ha intenzione di arrendersi: «Vogliamo capire i motivi che spingono gli inquirenti a chiudere il caso così. Se necessario, ci opporremo».
Secondo la Procura non ci sarebbero elementi per mettere in discussione né l’operato dei carabinieri, che martedì 21 luglio fermarono per strada Frapporti, lo perquisirono e non trovandogli nulla addosso lo sottoposero a perquisizione domicliare trovando oltre un etto di hashish, nè nella condotta delle guardie carcerarie, che lo ebbero in consegna dalle 22.30 fino alla mezzanotte, quando il quarantottenne muratore di Isera, che fino a quel momento non aveva avuto nessun problema con la legge, venne trovato impiccato nella sua cella. Soffocato dal cordone dei pantaloni della tuta ginnica, come certificò l’autopsia ordinata dal sostituto procuratore Fabrizio De Angelis. Forse quella stringa non avrebbe dovuto esserci, ha obiettato qualcuno. «Gliela dovevano togliere» hanno osservato a suo tempo persino le organizzazioni sindacali che tutelano le guardie carcerarie. Ma buttare in capo alle guardie una morte così crudele e repentina pare ingeneroso, la stringa era ben occultata all’interno del girovita e lo stesso Frapporti non avrebbe dato alcun segno di agitazione o squilibrio.
Del resto nemmeno la famiglia di Stefano Frapporti, molto impressionata anche dal recentissimo caso di Stefano Cucchi, ha mai puntato il dito contro le guardie penitenziarie. «Noi continuiamo a ritenere che l’arresto fosse facoltativo, stando a quanto dice la legge - spiega la sorella Ida -. Stefano non era un criminale, ma un lavoratore onesto. Uno che ha sempre lavorato fin da ragazzo. Non c’era alcun rischio di fuga, nè pericolosità sociale. Non c’era ragione di metterlo in cella, bastava la denuncia. Ci inquieta sapere che anche dopo una perquisizione personale negativa si possa imporre a chiunque una perquisizione domiciliare, senza un reale motivo. Se la Procura non ritiene ci siano condotte da sanzionare e intende archiviare, faremo di tutto per opporci attraverso le vie legali». Gli amici di Stefano, che hanno continuato a sostenere la famiglia persino con una raccolta fondi che ha messo un po’ in imbarazzo i fratelli del muratore scomparso. «Non l’avevamo chiesto noi, siamo autosufficenti, ma loro hanno insistito» spiega Ida Frapporti. Ora c’è il progetto di un’associazione con il nome di Stefano, per fare in modo che tragedie simili non si ripetano.

Il Trentino, 04/11/2009


Stato debole, crudele che risponde occhio per occhio
 
Diana Blefari Melazzi è stata la sessantesima persona che si è ammazzata nelle patrie galere dall'inizio dell'anno a oggi. Avrebbe dovuto essere custodita dallo Stato. Lo Stato non l'ha custodita nel modo in cui avrebbe dovuto. Pare che oramai per custodia si intenda solo imprigionamento, reclusione, punizione. Eppure non dovrebbe essere così. L'idea costituzionale di custodia è ben altra. Essa comprende il concetto di cura, di trattamento non dis-umano, di offerta di opportunità sociali. La riforma penitenziaria italiana risale al 1975. Essa regolamentava una idea non solamente reclusoria di custodia. Lo faceva nonostante fossero gli anni della lotta armata. Nel 1986 i confini di quella riforma furono ulteriormente allargati grazie a Mario Gozzini e alla sua legge. Eppure esistevano ancora gli eredi delle Brigate Rosse. Lo Stato accettò la sfida della ragionevolezza.
Veniamo al 2009. Non si può dire che nel 2009 vi sia un'emergenza terrorismo. Diana Blefari è stata lasciata morire da sola in galera con la propria disperazione. Tra la sua depressione e un cieco e nero dovere di imprigionamento ha prevalso quest'ultimo. La cura è stata sommersa dall'imprigionamento a tutti i costi. L'imprigionamento nei confronti di una persona che sta male dal punto di vista psichiatrico è un imprigionamento non costituzionale, odioso. Uno Stato che lascia morire una persona che non sta bene è uno Stato debole, crudele, che risponde occhio per occhio. Cosa si poteva fare per Diana Blefari? Si poteva ad esempio credere a quei medici che dicevano che stava male, si poteva aiutarla a curarsi rinviando il momento del processo. Si poteva evitare di lasciarla sola. Poteva essere ricoverata in qualsiasi ospedale. Invece la si è abbandonata in cella. Qualche settimana fa nel carcere di Rovereto è morto Stefano Frapporti, cinquantenne, muratore. Aveva una sola mano a causa di un brutto incidente sul lavoro. Era stato fermato dai carabinieri mentre era in bicicletta. Lo avrebbero perquisito, gli avrebbero trovato dell'hashish. Hashish, non pistole, non mitra, non eroina. Non aveva commesso crimini di «terrorismo». A causa di quella droga «leggera» è stato arrestato e condotto nel carcere di Rovereto. Dopo poche ore pare si sia ammazzato. Sembra inoltre che fosse in custodia nel reparto osservazione, alla stregua di un delinquente vero.
Ecco cosa è cambiato dagli anni Settanta a oggi: dentro le carceri, il sistema ha perso di razionalità; fuori, la repressione colpisce a raggiera, non solo chi compie fatti eversivi, ma tutti coloro che per ragioni di status o di stili di vita non sono conformi al modello dei custodi. Sessanta suicidi in dieci mesi sono un'enormità. Sei persone al mese si sono sinora ammazzate in carcere. Una ogni cinque giorni. È questa la vera ecatombe del sistema giustizia. Una giustizia che salva i ricchi e custodisce senza umanità tutti gli altri mandandone un po' a morte. A seguito di ogni suicidio vi è sempre un'indagine amministrativa del ministero della Giustizia. Nel caso di Diana Blefari Melazzi ci piacerebbe che, oltre a questa, si esprimesse anche il Csm sulla correttezza delle gelide procedure giudiziarie. Nel caso di Stefano Frapporti, sotto inchiesta dovrebbe andare una legge stupida e violenta quale quella sulle droghe.
Ecco cosa è la galera nel 2009: una somma di casi individuali disperati che il sovraffollamento rende invisibili. Ci vorrebbe un moto di sollevazione delle coscienze che li faccia uscire da quella tragica condizione di opacità.

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone

Il Manifesto, 03.11.2009


Il caso Frapporti va in archivio
 
Mentre governo e magistratura si dicono pronti a fare chiarezza sul caso di Stefano Cucchi, arrestato a Roma per spaccio di marijuana e morto qualche giorno dopo con il corpo tumefatto, la procura è orientata ad archiviare il caso di Stefano Frapporti, la cui morte per suicidio in una cella del carcere roveretano, a fine luglio, poche ore dopo l’arresto, ha sollevato una grossa impressione in città, oltre a una quantità di polemiche sfociate in numerose manifestazioni pubbliche in cui si chiedeva chiarezza sulla fine del muratore, incensurato fino al momento dell’arresto.
La Procura non ritiene vi siano elementi per ipotizzare reati né nel comportamento dei carabinieri - che avendo trovato, lo dicono i verbali, oltre un etto di hashish nell’appartamento di Frapporti non potevano fare altro che arrestarlo - né nella condotta delle guardie carcerarie, che non si potevano aspettare la repentina decisione di farla finita. L’unico appiglio sarebbe la famosa stringa dei pantaloni della tuta da ginnastica utilizzata da Frapporti per impiccarsi in cella: applicando il regolamento alla lettere le guardie avrebbero dovuto togliergliela, ma lui non aveva dato alcun segno di squilibrio o sofferenza. Pochi minuti prima di uccidersi era stato controllato e pareva tranquillo. Sarebbe ingeneroso addossare ogni responsabilità alla polizia penitenziaria. Dunque, escludendo responsabilità di terzi, la via scelta dalla Procura è l’archiviazione.
Intanto però gli amici e i parenti di Stefano Frapporti continuano a ritrovarsi ogni martedì al dopolavoro di via Santa Maria e stanno organizzandosi in associazione. Da loro arriva una lettera preoccupata per il clima creatosi in città. «Quando ci si presenta una morte come quella di Stefano è doveroso chiedersi se stiamo vivendo in uno stato libero e democratico. Molti risponderebbero di sì, altrettanti “non credo”, pochi stanno combattendo questa situazione ma tanti, ne siamo sicuri, si stanno chiedendo se si può fare ancora qualcosa. Se dovessimo rispondere, diremmo: “Basta pensare solo a se stessi, basta dare un valore solo al nostro benessere. Bisogna ricominciare a vivere l’uomo, l’amicizia, e ad avere rispetto per tutti. Noi, parenti e amici di Stefano, stiamo cominciando a vivere questo, che forse non ci rende migliori degli altri ma di sicuro consapevoli di volere una vita lontana da tutto ciò che può pevaricare l’uomo. Non vogliamo che accada ad altri ciò che è successo a Stefano, non vogliamo che qualcuno abbia la possibilità di fermarti e farti arrestare e che qualcuno, per girare la frittata, possa affermare che è stato Stefano a dire che aveva del fumo a casa. Facciamoci tutti una domanda, tranquilla e logica: perchè una persona alla quale non viene trovato nulla addosso, che non ha mai avuto problemi con la legge arrivi così “spontaneamente” ad una confessione? Cosa può portare un uomo a togliersi la vita lasciando tutti increduli? Pensateci bene perchè anche a voi potrebbe accadere la stessa cosa».

Il Trentino, 03/11/2009


Stefano e non solo...
 

 

Il caso di Stefano Cucchi non è purtroppo né il primo né isolato. Tra le altre, le famiglie di Aldrovandi, Raisman e Bianzino aspettano ancora una piena giustizia e la fine dell’impunità dei poteri dello Stato.


Tanti i casi di presunte violenze delle forze dell’ordine Sentenze spesso morbide, pochi colpevoli

 

 

 


 
di
Cristiano Armati
da Il Fatto Quotidiano del 1 novembre 2009

 

 

Stefano Cucchi, il ragazzo arrestato a Roma il 15 ottobre per il possesso di stupefacenti e trascinato come una cosa tra la camera di sicurezza della Stazione “Tor Sapienza” dei carabinieri e il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, non è uscito vivo dall’impatto con il sistema repressivo. Ora è sulle pagine dei giornali e fissa i lettori con i 37 chili del suo corpo martoriato. Cosa gli è successo? Davvero ha ragione chi ha avuto il coraggio di scrivere che la sua triste fine è da attribuirsi a “presunta morte naturale”?

In realtà, negli ultimi anni, sull’altare della sicurezza sono state sacrificate decine di persone. Si è cominciato, per contare le vittime a partire dal 2005, con il diciottenne Federico Aldrovandi, massacrato da quattro agenti di polizia a Ferrara, il 25 settembre di quell'anno. Di lui, i responsabili della sua morte hanno prima detto “che sembrava un albanese”, poi che si era ammazzato da solo prendendo a testate un muro. In gergo viene definita “crisi psicomotoria”: la stessa che è stata affibbiata anche a Giuseppe Casu, sessantenne di Quartu (Cagliari), trascinato via dalla piazza dove vendeva fichi d’india e rinchiuso per un Trattamento Sanitario Obbligatorio nell’ospedale di Is Mirrionis. Nel nosocomio nessuno fa domande. L'ambulante viene sedato e legato al letto. Lo stesso letto dove, il 9 ottobre del 2006, Giuseppe Casu muore.

UNA COSA simile succede a Riccardo Raisman, 34 anni, di Trieste. Si tratta di un ragazzo affetto da una sindrome schizofrenica contratta nel corso del servizio militare, a causa di ripetuti atti di nonnismo: un problema che gli ha lasciato in eredità una fobia nei confronti di chi indossa la divisa. Ebbene, il 27 ottobre del 2006 Riccardo Raisman è felice. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a lavorare e festeggia l’avvenimento facendo un po’ di baccano. Qualcuno chiama la polizia ma Raisman si guarda bene dall’aprire. Intervengono i vigili del fuoco, che sfondano la porta mentre gli agenti irrompono nella casa. Quando Raisman diventa cianotico è troppo tardi. Alcuni vicini di casa riferiranno di aver sentito dei rantoli, poi più nulla: Riccardo è morto.

 

ANCHE PER il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, di Pietralunga (Perugia), i familiari e gli amici invocano verità e giustizia. Come il romano Stefano Cucchi, Bianzino era stato arrestato per il possesso di stupefacenti e portato nel carcere Capanne. Qui, il 14 ottobre del 2007, Bianzino muore in circostanze quantomeno misteriose viste le lesioni agli organi interni accertate dall’autopsia.

Nella macabra lista delle vittime dell’ordine pubblico troviamo poi Giuseppe Torrisi , 58 anni, un clochard di Milano ucciso a botte da due agenti di polizia ferroviaria alla stazione Centrale, il 6 settembre del 2008. Dopo aver compiuto il misfatto, i tutori dell'ordine hanno pensato di compilare un falso verbale accusando Torrisi di averli aggrediti con un taglierino.

Non è la prima volta che accade. Per lo stesso Gabriele Sandri, classe 1981, ucciso da una pallottola esplosa dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre del 2007, si è parlato di mistificazione, anche se il responsabile di quell'assurda morte è stato processato e condannato a una pena da molti ritenuta troppo lieve. Per contro c'è anche chi non riesce neppure a sottoporre attraverso un processo il suo caso all’attenzione dell’opinione pubblica. Il discorso vale per il ventiduenne Manuel Eliantonio, un ragazzo di Pinerolo che, la mattina del 23 dicembre del 2007, viene sorpreso dalla polizia alla guida di un auto rubata. Tradotto nel carcere di Marassi, Manuel va incontro a un calvario allucinante. Visitato in prigione, ostenta evidenti segni di maltrattamenti, eppure nessuno riesce a fare nulla finché, il 25 luglio del 2008, la signora Maria non viene messa a conoscenza dell’avvenuto decesso del figlio.

A VOLTE, PER incontrare la morte, non è neppure necessario commettere un reato. Il senegalese Chehari Behari Diouf, 42 anni, residente a Civitavecchia (Roma), non ha fatto null’altro di diverso dallo starsene seduto nel giardino di casa sua. L’ispettore di polizia Paolo Morra ha avuto da ridire e, accusando Diouf di schiamazzi, gli ha scaricato addosso il fucile, uccidendolo il 31 gennaio del 2009.

Più fortunato di lui è stato un altro ragazzino di nome Rumesh Rajgama Achrige, un writer diciottenne di Como che, il 29 marzo del 2006, nel corso di un banale controllo, si è ritrovato ridotto in fin di vita da un colpo di pistola sparato contro di lui da uno dei vigili urbani che, negli ultimi anni, la giunta comunale del comune lombardo ha ritenuto di dover armare.

Dalla tragedia di Achrige alla fine di Stefano Cucchi, le similitudini si colgono quantomeno nella difficoltà con cui gli organi preposti diffondono informazioni attendibili sui casi di morti da ordine pubblico. Stefano Cucchi, in attesa di ulteriori accertamenti, potrebbe essere l’ennesimo anello di questa catena. Ma ora che le orbite tumefatte del ragazzo gridano vendetta al cospetto di ogni residuo di coscienza collettiva sarà possibile dare un senso a quegli slogan di “verità e giustizia” che comitati sparsi in tutto il Paese chiedono per le numerose vittime delle forze dell’ordine?

 

 


di Franco CorleoneIl Manifesto

 


La morte di Stefano Cucchi sgomenta per il carico di inaudita violenza esercitata verso una persona fragile; colpisce per il peso di omissioni, sciatterie, menzogne, che hanno accompagnato un calvario di sette giorni, dal fermo all'autopsia.

E' una vicenda che condensa in sé -esasperati- tutti i malanni e le contraddizioni del funzionamento della giustizia, del carcere non trasparente, della legge sulla droga.

Stefano Cucchi viene fermato per il possesso di un pezzo di hashish, all'udienza di convalida si presenta con un avvocato d'ufficio; il giudice conferma l'arresto e rinvia il processo a nuova seduta (quali esigenze cautelari impedivano la liberazione o gli arresti domiciliari?); entra infine nel tunnel che lo porta a Regina Coeli, poi al Fatebenefratelli e infine nel repartino bunker dell'Ospedale Sandro Pertini.

In questo percorso costellato di puntigliosità burocratiche non c'è spazio per i diritti elementari di civiltà, prima ancora che per il dettato dell'Ordinamento penitenziario; non c'è spazio per un briciolo d'umanità verso i familiari, prima ancora che per il diritto alla salute e alla vita di un detenuto.

La riforma che ha passato la sanità penitenziaria al servizio sanitario pubblico ha fallito, in un' occasione che poteva costituire il banco di prova per segnare la differenza e garantire i principi costituzionali.

Stefano Cucchi non è un caso isolato, purtroppo. Che cosa dicono oggi i nomi di Marco Ciuffreda, di Giuseppe Ales, di Alberto Mercuriali, di Roberto Pregnolato, di Stefano Frapporti, di Aldo Bianzino? Sono persone morte in carcere in circostanze non chiare o suicidatesi per reazione all'arresto legato alla detenzione di pochi grammi di stupefacenti. Sono persone presto dimenticate o su cui neppure si è acceso l'interesse dei media e delle istituzioni. C'è da augurarsi che questa volta le indagini procedano speditamente per arrivare a conclusioni non desolanti e non deludenti. Si tratta di sapere subito con precisione come sono andate le cose. Questa sarebbe la prima conquista di verità e di giustizia. La seconda, di non avere riguardi verso gli eventuali colpevoli, qualsiasi divisa essi indossino.

Infine, di riflettere sul serio sui tanti risvolti criminogeni della legge antidroga. Che non solo equipara nell'assurdo rigore delle pene droghe leggere e pesanti; soprattutto, abbandona per furore ideologico i tradizionali principi di garanzia, considerando presunto colpevole (di spaccio), passibile perfino di arresto, anche chi possiede pochi grammi di sostanza. Al di là degli effetti repressivi, la legge alimenta lo stigma verso i consumatori di droghe in quanto tali; indebolisce i soggetti colpiti dalla repressione per la vergogna e la paura; "autorizza" nei loro confronti la violenza morale del disprezzo e dell'intolleranza, anticamera spesso della violenza fisica. Così nel 2000, nel carcere di Sassari gli agenti della polizia penitenziaria poterono impunemente accanirsi contro detenuti inermi, quasi tutti tossicodipendenti, con un pestaggio selvaggio e dai contorni bestiali senza ragione alcuna.

Ci sono poi le attività di polizia sotto copertura per gli acquisti e il commercio di droga, previste dalla stessa legge: con il ritardo degli arresti e dei sequestri, i controlli e le ispezioni senza autorizzazione preventiva dell'Autorità giudiziaria si è dato il via ad attività che si fondano sull'impunità e sulla discrezionalità: che, nel caso di "mele marce" (vedi quelle del caso Marrazzo), arriva fino all'arbitrio, al ricatto e all'arricchimento illecito.

Come ha scritto Adriano Prosperi (Repubblica, 30 ottobre), almeno riconquistiamo l'habeas corpus!

 

 


di Furio Colomboda Il Fatto Quotidiano del 1 novembre 2009

 


Non leggete le storie di Stefano Cucchi, Mariano Bacioterracino ed Elham come se fossero brutte storie tipiche del caotico vivere di massa. Non pensate che a loro “qualcosa è andato storto”, che succede, che è sgradevole, ma la vita, adesso come nel passato, è piena di brutte sorprese.

Le vittime di questo elenco sono un giovane uomo arrestato senza ragione, un pregiudicato nella lista di esecuzione della camorra, un uomo del tutto innocente impigliato nella rete di un’odiosa burocrazia persecutoria. Sono la stessa persona, privata all’improvviso di diritti umani e civili. Quella persona siamo noi, mentre moriamo di botte, moriamo uccisi sui marciapiedi, moriamo di sciopero della fame in un campo di concentramento detto “Centro di Identificazione ed Espulsione”.

Siamo noi persino nello sdoppiamento da malattia mentale che si vede nel video del delitto di camorra: i passanti scavalcano il corpo della persona appena uccisa fingendo di non vedere. Siamo noi che diciamo per bocca del responsabile carcerario che Stefano Cucchi (faccia sfondata, schiena spezzata) “ha preferito dormire, rifiutando il ricovero in ospedale”. Siamo noi quando i medici di un grande ospedale civile vedono per due volte il marocchino Elham detenuto senza reato e senza sentenza, senza avvocati e senza tribunale. Nessun medico fa domande, nessuno ascolta, nessuno vuole sapere. Lo rimandano, un essere umano ridotto a quaranta chili dal suo ostinato sciopero della fame, nel lager di Gradisca, dove è ancora detenuto e morente, mentre io scrivo e voi leggete. Vorrei essere capito. Sto dicendo che noi, noi tutti vittime, colpevoli e testimoni siamo scesi al livello in cui si pestano a morte i detenuti, si scavalcano di fretta i cadaveri, si lascia morire di fame in perfetta indifferenza l’immigrato testardo.

Siamo la stessa gente che ammazza di botte gli omosessuali e ammazza di cavilli procedurali la legge che difende gli omosessuali in modo che questa legge non ci sia mai. Siamo noi il disperato Elham che muore nel lager costruito per punirlo di essere venuto in Italia in cerca di un Paese civile. Siamo noi il carceriere e il medico senza dignità che- per quieto vivere- lasciano morire chi cerca nella morte l’unica fuga. Siamo l’uomo abbattuto dalla camorra, con pochi gesti agili, senza concitazione. Siamo l’assassino che va via senza nascondere la pistola, siamo i passanti che non fanno caso ai cadaveri sui marciapiedi. Siamo i poliziotti che hanno massacrato il giovane Stefano Cucchi e continuano a restare ignoti. Siamo dunque allo stesso tempo il terrore e le vittime del terrore perché i nostri diritti e la nostra decenza sono precipitati in un buco nero immorale e illegale insieme a Cucchi, Bacioterracino, a Elham e ai loro assassini. Poiché ci siamo lasciati degradare fino a questo punto, non ci resta che dire un grazie riconoscente ai genitori e alla sorella di Cucchi che non hanno ceduto; ai giudici del delitto di camorra, che hanno diffuso il tremendo video, affinché tutti vedessero una scena di vita in una città italiana ai nostri giorni; a coloro che hanno fatto arrivare l’ annuncio di prossima morte dell’ immigrato Elham. Queste tre notizie servono almeno a ricordarci quanto siamo arrivati lontani dalla nostra Costituzione e dai fondamenti della Carta dei diritti dell’uomo. In Italia. Oggi.


Morte misteriosa a Roma

 
 
A tre mesi esatti dalla morte di Stefano Frapporti nella casa circondariale di Rovereto, ci giunge la notizia terribile di un nuovo decesso avvenuto in circostanze misteriose a Roma all'interno del reparto carcerario dell'ospedale Pertini. Pubblichiamo di seguito la notizia.

Detenuto di Regina Coeli muore al Pertini

Manconi e Gonnella: "Morte sospetta"Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per possesso di droga viene rinchiuso a Regina Coeli il 16 ottobre scorso, poi trasferito all'ospedale Pertini di Roma muore subito dopo. Sul suo corpo i genitori hanno riscontrato tumefazioni e lesioni. A denunciare una morte "su cui fare chiarezza e giustizia" sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l'associazione che si batte per i diritti nelle carceri, e Luigi Manconi , presidente di 'A Buon Diritto'.

"La morte di Stefano Cucchi avvenuta all'ospedale Pertini (reparto detentivo) richiede un immediato chiarimento", dichiarano Gonnella e Manconi. "Trentunenne, di corporatura esile, viene arrestato pare per modesto possesso di droga il 16 ottobre scorso - raccontano - Al momento dell'arresto da parte dei carabinieri, secondo quanto riferito dai familiari, stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva segni di alcun tipo sul viso. La mattina seguente, all'udienza per direttissima, il padre nota tumefazioni al volto e agli occhi".

"Cucchi - notano Gonnella e Manconi - non viene inviato agli arresti domiciliari, eppure i fatti contestati non sono di particolare gravità". Dal carcere, invece, viene disposto il ricovero all'ospedale Pertini. "Pare per 'dolori alla schiena'". "Ai genitori non è consentito di vedere il figlio - sostengono ancora Gonnella e Manconi - L'autorizzazione al colloquio giunge per il 23 ottobre ma è troppo tardi perchè Stefano Cucchi muore la notte tra il 22 e il 23 ottobre. I genitori rivedono il figlio per il riconoscimento all'obitorio e si trovano di fronte a un viso devastato".

"Una morte tragica, sospetta - dicono - che richiede risposte dalla magistratura, dall'amministrazione penitenziaria, dai carabinieri, dai medici del Pertini e dalla Asl competente: perchè Stefano Cucchi aveva quei traumi? Perchè ai genitori è stato impedito di incontrare il figlio per lunghi sei giorni? Perchè non gli sono stati concessi gli arresti domiciliari neanche fosse il più efferato criminale?". Manconi e Gonnella concludono chiedendo che vengano "rese pubbliche le foto del viso tumefatto di Cucchi, posto che in Italia capita spesso che i verbali degli interrogatori a base di inchieste importanti vengono immediatamente trascritti sui giornali".

Fonte: La Repubblica, 26 ottobre 2009



«Io non scordo Stefano»
 
«Io non scordo Stefano». Con questa frase impressa su una serie di striscioni che nel tardo pomeriggio di ieri sono sfilati per le vie del centro, i familiari, gli amici e i sostenitori di Stefano Frapporti hanno voluto ricordare quanto è accaduto tre mesi fa. Il gruppo che si è ritrovato in piazza Loreto era composto da una settantina di persone, di tutte le età. Una voce al microfono ha raccontato del giorno in cui, a poche ore dal suo arresto il muratore di Isera si è tolto la vita in carcere. Ancora una volta i manifestanti hanno messo in luce, anche attraverso i volantini distribuiti ai passanti, i tanti dubbi che nutrono su quanto è successo. Ancora una volta chiedono «perché?». Camminando sotto la pioggia si sono fermati in largo Posta, all'incrocio di corso Rosmini e poi giù, quasi fino al palazzo di Giustizia, facendo spazientire anche qualche automobilista costretto a fermarsi. A chiudere il corteo il solito striscione:«Perché non accada mai più».

L'Adige, 22 ottobre 2009



Dall'infrazione stradale al suicidio in carcere: «Verità e giustizia per Cabana»
 
Fermato per un'infrazione stradale. Potrebbe essere questo il motivo che il 21 luglio scorso ha portato all'arresto di Stefano Frapporti, detto Cabana. Una storia incredibile, la sua. Il fermo, poi l'arresto per detenzione di stupefacenti, e infine la morte per suicidio in carcere. Ma è andata davvero così? Sono molte le incongruenze, le stranezze e i lati oscuri che avvolgono la morte dei quest'uomo, che avrebbe compiuto cinquant'anni pochi giorni dopo il suo decesso. A Rovereto, dove si sono svolti i fatti, ormai da mesi è in piedi un comitato per chiedere verità e giustizia. Oggi , a tre mesi dalla morte di Stefano, tornerà in piazza alle 18 con un corteo che parte da piazza Loreto.
E proprio in queste ultime settimane sono emersi nuovi particolari su quel 21 luglio, che potrebbero portare a una svolta nelle indagini condotte dal pm Fabrizio De Angelis. Ci sarebbero infatti tre testimoni. Tre persone che alle 18 del 21 luglio sostavano davanti bar Bibendum, dove è stato fermato Cabana. Secondo la loro testimonianza, a differenza di quanto riferito nel verbale dai carabinieri che hanno operato il fermo non ci sarebbe stato alcun inseguimento e nessuno avrebbe mai intimato l'alt. La scena che si è parata di fronte ai tre testimoni oculari, infatti, sarebbe ben diversa. Hanno visto una macchina civile fermarsi davanti al bar, scendere un uomo non in divisa (ma era un carabiniere) e fermare una persona che sopraggiungeva in bicicletta sul marciapiede in direzione opposta. Quella persona era Stefano, che probabilmente andava a comprare maschera e occhialini per la vacanza che lo aspettava con alcuni amici di lì a pochi giorni. Il militare in borghese lo ferma e gli rimprovera qualcosa: di essere passato con il rosso, o addirittura di avergli tagliato la strada. Auto e bicicletta, insomma, secondo quanto ascoltato dai testimoni si erano probabilmente incontrate pochi minuti prima. Ed era accaduto qualcosa. Un'infrazione stradale. Questa, dunque, sarebbe l'origine del fermo. I due carabinieri, invece, nel verbale offrono tutta un'altra versione. Si trovavano nei pressi del bar Bibendum - a poca distanza dalla caserma - in servizio di «osservazione, controllo, pedinamento» (o.c.p.) nell'ambito di un'operazione per la repressione di reati sugli stupefacenti. Vedono avvicinarsi questa persona in bicicletta e ritengono che potrebbe essere uno del giro dello spaccio. Decidono quindi di intimare l'alt ma lui continua dritto. I carabinieri allora lo inseguono per 50 metri e lo bloccano davanti al bar. Eseguono quindi un controllo (cioè una perquisizione personale) senza trovare nulla. Ma a quel punto - ancora secondo la versione dei carabinieri - è Stefano, molto confuso, che confessa di avere un po' di fumo a casa. Scatta quindi la perquisizione domiciliare. E lì, oltre ai 30 grammi consegnati dallo stesso Stefano, dopo un'accurata perquisizione, viene trovato altro hashish. Scatta l'arresto: Stefano entra nella casa circondariale alle 22,30. Alle 23,15 viene chiuso cella. Alle 24 i secondini lo trovano impiccato con il laccio della tuta che indossava. I tre fratelli verranno avvertiti soltanto alle 10 di mattina. E ora, insieme al comitato, si fanno molte domande. Dove si trovava esattamente la macchina dei carabinieri al momento del fermo? Perché, se la perquisizione a casa è stata minuziosa, i parenti hanno trovato la casa in perfetto ordine? Le nuove testimonianze, poi, aprirebbero tutto un altro scenario. Ammesso che Stefano abbia confessato di avere dell'hashish, si può venire fermati, perquisiti, interrogati per essere passati con il rosso in bicicletta? Le indagini sono ancora in fase preliminare. Gli amici di Cabana si vedono oggi in piazza alle 18.

di Paola Gubbini, tratto dal Manifesto del 21 ottobre 2009


Giustizia: morte in carcere di un incensurato, nessuno ne parla
 

 

Stefano Frapporti era un muratore di 48 anni di Rovereto. È morto circa un mese fa, nel carcere di quella città, suicidatosi tramite impiccagione con il cordino elastico del pantalone di una tuta. Era stato fermato, al ritorno dal lavoro, da due agenti in borghese con il pretesto di una sua infrazione in bicicletta; pare che i due, invero, stessero indagando sul presunto spaccio di hashish in un bar lì vicino.Frapporti, perquisito senza esito, avrebbe confessato spontaneamente di detenere nella sua abitazione una certa quantità della stessa sostanza; e dunque sarebbe stato lì condotto, senza testimoni e, con tutta probabilità, senza un mandato di perquisizione. La casa, poi, non sarebbe stata "perquisita" dal momento che al mattino seguente non vi era segno alcuno della ricerca che gli agenti vi avrebbero svolto, come se Frapporti avesse indicato loro dove fossero i 99 grammi di hashish ritrovati.Egli avrebbe firmato un modulo con cui rinunciava ad avvertire i suoi famigliari dell’arresto; in seguito la sua richiesta di un contatto con sua sorella sarebbe stata rifiutata a causa di quel brogliaccio. Alcuni poliziotti penitenziari lo descrivono ancora tranquillo e pronto alla battuta alle 23.30, l’ora in cui avrebbe fatto ingresso in cella. Poco dopo veniva rinvenuto cadavere. I familiari, avvertiti il giorno seguente, hanno potuto vedere il suo corpo solo 48 ore dopo.Di questa storia si sono occupate le "solite" testate giornalistiche e i "soliti" ambienti: ovvero è stata raccontata nel mondo antiproibizionista e tra chi si occupa di carcere. Questa storia, che pure ha suscitato molta emozione tra i concittadini del Frapporti, è rimbalzata in questo microcosmo e non più oltre: ovvero non la conosce quasi nessuno.Non è la prima volta che ci occupiamo di morti in carcere avvenute in circostanze poco chiare. Ma questa vicenda chiama in causa, ancor prima, una legge (la Fini-Giovanardi) irrazionale e criminogena, ottusa e crudele, che finisce col penalizzare indiscriminatamente comportamenti diversi, assimilando consumo e spaccio.E chiama in causa, poi, una amministrazione penitenziaria sempre più incapace di custodire in sicurezza i detenuti, specie chi varca la soglia del carcere per la prima volta (è qui che è maggiore la percentuale dei suicidi). Infine. Se la ricostruzione dei fatti fosse davvero quella indicata all’inizio di questo articolo, chiediamo: qualcuno è in grado di motivarne la totale assurdità? Perché in assenza di una spiegazione diversa, il dubbio di un carcere incapace di garantire l’incolumità di quanti vi sono reclusi, senza tutela e senza diritti, si fa sempre più incalzante. E temibile.

di Luigi Manconi e Andrea Boraschi

L’Unità, 4 settembre 2009


Servono risposte sulla morte di Frapporti
 

 

«Sappiamo che le indagini richiedono prudenza e riservatezza, ed anche che non è questa la procedura normale che seguono inquirenti e forze dell’ordine. Ma il caso di Stefano Frapporti, morto suicida in carcere poche ore dopo l’arresto, non è un caso normale. E sconcerta moltissimi cittadini. E allora chiediamo: perchè qualcuno non trova il modo per chiarire ufficialmente come sono andate le cose? Penso a una conferenza stampa o ad un comunicato: una risposta certa alle molte domande che rimangono su quell’episodio e che il silenzio delle fonti ufficiali non può che alimentare».
La richiesta è di Armando Polli, di Ambiente e Società: una delle forze politiche che hanno aderito alle manifestazioni indette per chiedere che si faccia piena luce sull’accaduto. La necessarietà e opportunità dell’arresto, le modalità in cui si è svolto, le ragioni per cui all’uomo, senza precedenti penali e conosciuto come lavoratore serio e persona posata, non si è permesso di telefonare a nessuno. E tutti i dettagli sulla sua morte sui quali in città circolano ormai le ipotesi più fantasiose. «Solo le forze dell’ordine e la magistratura sanno come siano andate veramente le cose - conclude Poli - e allora lo dicano. E’ l’unico modo per restituire a tutti un minimo di serenità».

Tratto dal Trentino del 23 agosto 2009


Muore in cella è giallo a Rovereto
 

Domani avrebbe compiuto 50 anni e a Rovereto, con una manifestazione che partirà alle 18 da piazza Loreto, amici, parenti e le associazioni per la pace chiederanno verità e giustizia sulla sua morte. Stefano Frapporti era un muratore di Isera, vicino a Rovereto. Tutti lo chiamavano «Cabana», era molto conosciuto in città. E' morto nella notte tra il 21 e il 22 luglio in carcere dopo essere stato arrestato per detenzione di hashish. Stefano si è suicidato nella sua cella con il laccio della tuta che aveva indosso, intorno a mezzanotte. Ma i lati oscuri di questa vicenda sono tantissimi. La procura ha aperto un'inchiesta per «suicidio a seguito di altro delitto». Intanto la famiglia e gli amici ancora sconvolti e confusi cercano di mettere insieme la storia che ha portato Stefano - incensurato, un tipo tranquillo, timido, con una vita regolarissima - non solo a finire in carcere, ma ad uscirne cadavere. «Vogliamo soltanto sapere la verità» dice Ida Frapporti, la sorella maggiore. Secondo quanto sono riusciti a ricostruire i famigliari, attraverso i verbali e qualche testimone oculare, le cose sono andate così: Stefano viene fermato martedì pomeriggio da due agenti in borghese mentre è in bicicletta. Perché viene fermato? «Ci è stato detto dai carabinieri - racconta Ida - che stava circolando sul marciapiede. E che loro si trovavano lì per tenere d'occhio un bar lì vicino dove ci sarebbe un giro di spaccio di hashish». Secondo quanto raccontato da alcuni testimoni oculari, il fermo sarebbe stato anche abbastanza violento. Ma Stefano addosso non ha nulla, solo cento euro (risulterà che li aveva ritirati in banca tre giorni prima). Forse era uscito da casa per andare a comprare qualcosa: il venerdì successivo doveva partire per le vacanze con alcuni amici. E qui accade la prima cosa strana: nel verbale c'è scritto che Stefano informa i carabinieri di avere «due spinelli», ma a casa sua. Da questa sua spontanea confessione, sarebbe partita la decisione degli agenti di fare una perquisizione a casa di Stefano. Al momento non risulta però che i militari avessero alcun mandato. Entrano nell'appartamento con lui, e lì trovano circa un etto di hashish, diviso in alcuni pezzi. Scatta l'arresto, in base alla legge Fini-Buttiglione. Stefano si cambia, indossa una tuta e segue gli agenti, che sequestrano anche una bilancia. In una lettera scritta a L'Adige il padre, 85 anni, si stupisce del sequestro: «Gliel'avevo regalata io, l'ho comprata alla Lidl...». In carcere per un'ora Stefano chiacchiera con le guardie. Dicono che sembrava tranquillissimo, racconta loro anche come ha perso due falangi della mano destra in un incidente sul lavoro. Si rifà il letto da solo. Alle 23.35 viene chiuso nella sua cella. Al controllo delle 24 lo trovano impiccato. Gli erano stati tolti i lacci delle scarpe ma non quello della tuta. Mistero. E i misteri proseguono: nessuno avverte la famiglia fino alle 10 della mattina dopo. «Ci hanno detto che non sapevano come rintracciarci, e che hanno dovuto aspettare il giorno dopo l'apertura dell'ufficio dell'anagrafe. Eppure avevano il telefonino di Stefano, in nostri nomi potevano trovarli lì». Quando la famiglia viene finalmente informata si precipita in carcere. Ma non potranno vedere il corpo di Stefano - che è già stato portato nella camera mortuaria del cimitero - fino al compimento dell'autopsia, due giorni dopo. «Lo abbiamo visto che era già stato vestito. Che dire? il viso appariva un po' scuro, ma erano passati due giorni, il caldo...non so», dice Ida. Ci sono altre cose che l'allarmano: «Il fatto che Stefano avesse firmato per non telefonare a nessuno. Mi sembra stranissimo. Io gli facevo da mamma, mi chiamava per qualsiasi sciocchezza. Il comandante della polizia penitenziaria poi mi ha raccontato che a un certo punto avrebbe voluto chiamarmi, ma avendo già firmato la rinuncia non è stato possibile». E aggiunge Ida: «Mi chiedo come un normale cittadino che va in bicicletta possa essere fermato, finire in carcere, e morire così. Tutti devono sapere».

di Cinzia Gubbini

Tratto da Il Manifesto 06/08/2009


Intervista ai familiari di Stefano

 

 

Ida è la sorella di Stefano Frapporti 'Cabana'. Gli ha fatto da mamma, per tanti anni. Con i suoi due fratelli ha vissuto tutta la vicenda dell'arresto e del seguente suicidio in carcere con grandissima angoscia. «È morto martedì 21, alle undici e mezza di notte. Ci hanno avvertiti il giorno dopo, alle 10 di mattina, telefonando al papà che ha 85 anni. Era la Polizia penitenziaria, ma nella fretta abbiamo capito solo Polizia, e siamo corsi al Commissariato. Lì ci hanno detto di andare dai Carabinieri. Alla caserma non abbiamo capito niente: noi disperati, loro quasi indispettiti. Non siamo riusciti a farci dire le tre cose che volevamo: «dove, a che ora, come è morto?». Ida ha uno sguardo carico: «Non accuso nessuno, ma sono passate 12 ore dalla sua morte prima di capirci qualcosa. Siamo andati al carcere, le guardie ci hanno spiegato. Abbiamo saputo che era arrivato alle 22,30 e che fino alle 23,30 ha parlato con le guardie. Gli ha spiegato perché gli mancavano due dita. Più tardi il piantone lo ha visto ancora in piedi, gli ha detto di riposare. Lui ha risposto "non ho sonno". Dieci minuti dopo l'hanno trovato morto». I fratelli hanno lo sguardo limpido: «Ci hanno spiegato che gli hanno chiesto se voleva telefonare a qualcuno, a un avvocato, ed ha rifiutato». Alla fine si è impiccato con il cordone della tuta da ginnastica. «Quando era uscito di casa aveva i pantaloni con la cintura - dice Ida - e dopo la perquisizione con i Carabinieri a casa sua si è cambiato, ha messo i pantaloni della tuta.Alla fine ci hanno restituito solo quelli, gli altri vestiti non si sa». I fratelli hanno deciso di rompere il silenzio: «Lo facciamo perché non succeda ad altri». E sono pieni di domande e dolore: «Abbiamo parlato con gente che ha assistito all'arresto. I due carabinieri erano in borghese, ci hanno detto che è stata una scena estremamente violenta». Si riservano di portare i testimoni in tribunale. Addosso a Stefano, in via Campagnole dove transitava in bicicletta, non viene trovato nulla. È pulito. «Poi nei verbali c'è scritto che lo portano a casa sua, per una perquisizione. Ecco - dice Ida - ci piacerebbe vedere il mandato di perquisizione, firmato da un magistrato». Hanno sentito tante voci. «Qualcuno ha detto che è stato cremato senza farcelo vedere. Non è vero: ce l'hanno fatto vedere dopo l'autopsia, il terzo giorno. Era tutto nero. È stato cremato perché ha voluto così il papà, perché potesse essere insieme alla sua mamma». Come hanno vissuto questi giorni? «Con l'affetto di tanta gente, tantissima, che ci ha fatto coraggio. Martedì pare che ci sarà un'altra manifestazione, autorizzata. Ringraziamo tutti, che sia ricordato».

Gigi Zoppello, L'Adige di sabato 1 agosto


Solidarietà dal gruppo PD
 

Non deve succedere mai più


La morte tragica di Stefano Frapporti ha colpito profondamente gli esponenti del Pd roveretano che non vogliono rimanere in silenzio di fronte al dramma consumatosi in carcere ed hanno espresso un documento a nome del Gruppo

Consiliare Comunale. «Sbigottisce - scrivono - la facilità con cui un cittadino qualsiasi, senza precedenti, una persona con una vita familiare e sociale nella norma, possa essere fermato per un’infrazione stradale e, dopo una perquisizione domiciliare che rivela il possesso di hashish, incarcerato. E sconcerta e addolora una morte solitaria e disperata. Pur non volendo esprimere alcuna valutazione sulla delicata questione delle eventuali responsabilità, per le quali è in corso un’indagine, non si può tacere il turbamento e la rabbia per una morte assurda che si poteva evitare, per una legge (quella sulla detenzione di sostanze stupefacenti) dura e disumana, che spesso criminalizza persone senza colpa. E la rabbia cresce quando si pensa che individui ben più pericolosi nel nostro Paese vivono in libertà e delinquenti pluricondannati godono di speciali immunità e impunità. Tutto questo colpisce anche perché accade a Rovereto, città della pace. E colpisce perché, se è accaduto a Stefano, a quanti altri potrebbe accadere? Al di là di quelli che saranno i risultati dell’indagine, è necessario che la città, le forze di polizia, le istituzioni, i soggetti che lavorano nel sociale riflettano su questa vicenda. Ci deve pur essere un modo perché ciò non accada più. Ci deve pur essere un modo per attenuare le conseguenze perverse di una legge che potrebbe essere applicata con una maggiore sensibilità, con una maggiore accortezza. Soprattutto nei confronti di quanti possono rimanerne colpiti e umiliati in modo più violento e tragico proprio perché estranei al mondo della criminalità».


Tratto da L'Adige, 01 agosto 2009




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